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Casentino e Val Tiberina

Comuni di:

Anghiari (AR), Badia Tedalda (AR), Bibbiena (AR), Capolona (AR), Caprese Michelangelo (AR), Castel Focognano (AR) Castel San Niccolo (AR), Chitignano (AR), Chiusi della Verna (AR), Montemignaio (AR), Monterchi (AR), Ortignano Raggiolo (AR), Pieve Santo Stefano (AR), Poppi (AR), Pratovecchio Stia (AR), Sansepolcro (AR), Sestino (AR), Subbiano (AR), Talla (AR)

Cartina Casentino e Val Tiberina
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«La mia villa è assai lontana, situata ai piedi dell’Appennino, dove il cielo è più puro come non l’ha alcun’altra montagna [...]. In quanto al sito del paese, esso è bellissimo. Immaginati un immenso anfiteatro, quale appunto può fare la Natura. Immaginati una spaziosa e lunga valle attorniata di montagne, dalle cime cariche di boschi non men folti che antichi. Lassù si va spesso per caccia, e di là scendono foreste fatte ad arte sulle pendici di queste montagne. [...] Ai piedi di queste montagne e lungo le pendici altro non s’offre alla vista che immense distese di vigne, che toccandosi paiono una sola. Queste vigne sono circondate da arboscelli. Seguono poi delle praterie, ma così forti che con gran difficoltà i migliori aratri possono fenderle».
(Plinio il Giovane, lettera ad Apollonio)

 

L’amico Apollonio si preoccupa per la sua salute, teme che la “malsana” Toscana posso nuocere alla sua salute. Ma Plinio, con un testo ricco di particolari, sublima il paesaggio casentinese esaltandone le virtù. Tant’è che dice di preferirlo più di Tivoli e Roma.

Del resto questo territorio ha le caratteristiche profonde dell’ambiente montano , ma deve al tempo stesso misurarsi con l’ingombrante presenza dell’Arno e del Tevere, progressivamente bonificati fino ad arrivare all’opera definitiva nell’Ottocento.

La posizione geografica periferica rispetto a Firenze ha determinato la marginalità di questi territori. Un aspetto che anziché condizionare negativamente la crescita e lo sviluppo ha piuttosto contribuito a preservare le campagne e il suo contado, i mercati cittadini, l’allevamento e la transumanza verso la Maremma.

Un carattere rimasto immutato nel tempo nonostante le trasformazioni. E anche di questo scrive Plinio.

«E allora siccome la terra è molto salda e tenace, col fenderla s’alzano pietre così grosse che per romperle occorre insistere a colpire per nove volte. I prati ingemmati da ogni parte di bellissimi fiori producono del trifoglio e d’ogni sorta di erbe sempre tenere, e succose come appena nate. Quella loro fertilità proviene dai ruscelli, che li irrigano e mai restano secchi. In quei luoghi nonostante l’abbondanza d’acque non si vedono paludi, perché le pendenze assicurano che le acque di troppo corrano verso il Tevere. Il Tevere passa attraverso le campagne e sulle sue barche in inverno e in primavera si caricano le merci verso Roma. In estate diventa così basso che il suo letto quasi secco l’obbliga a lasciare il nome di gran fiume che poi ripiglia in autunno. Certamente sentirai un gran piacere nel contemplare il sito di questo paese dall’alto d’una montagna. Tu non crederai di veder terre, ma un paese dipinto con un artificioso pennello tanto è grande l’incanto degli occhi in qualunque parte si rivolgano, innamorati e dell’ordine e della varietà degli oggetti».

Un elogio delle caratteristiche paesaggistiche che lascia traccia di sé già un secolo prima di Cristo.

Grazie a condizioni insediative particolarmente favorevoli per l‘epoca preistorica, la valle è stata florida per tutto il periodo paleolitico. Non solo era abitata soprattutto da cacciatori, ma sappiamo che svolse un ruolo di collegamento e crocevia tra l’area tirrenica e quella adriatica.

Il popolamento etrusco, nel Casentino, tende a dislocarsi in piccoli centri (come a Masseto). Situazione diversa in Valtiberina, dove invece si assiste alla formazione dei primi centri protourbani (fra i quali Trebbio, a Sansepolcro). Gli insediamenti si trovavano in particolar modo sulla media collina. Erano per lo più centri produttivi che lavoravano i metalli (rame e ferro) estratti dai Monti Rognosi.

In età repubblicana si verifica un’intensa occupazione del comprensorio, con insediamenti che tendono a disporsi a controllo del territorio e lungo le principali direttrici viarie, sia nel Casentino (tra Arezzo e il Valdarno) sia in Valtiberina (in particolare lungo il corso del Tevere). Durante l’intera epoca romana s’intensifica invece l’economia “della selva” fatta di allevamenti e transumanze.

Il comprensorio, infine, non è risparmiato dai conflitti. Nei primi secoli altomedievali, infatti, è territorio di scontri e contrapposizioni fra Bizantini, Goti e Longobardi, che attestano la loro presenza attraverso una rete di fortificazioni disposte sulle alture.

Però è solo con i Medici che nelle alte valli dell’Arno e del Tevere si completa l’unificazione amministrativa e si creano le due piccole regioni Casentino e Valtiberina; conche che – dall’età antica in poi – acquisiscono la funzione di naturali corridoi di comunicazione.

Con la riforma comunitativa (1774), Pietro Leopoldo riunì le tante piccole comunità in 13 enti: Chiusi della Verna, Poppi, Bibbiena, Castel San Niccolò, Pratovecchio, Stia, Castel Focognano, Ortignano, Raggiolo, Montemignaio, Chitignano, Capolona e Subbiano. In Valtiberina, nel 1772, rimasero solo i Vicariati di Sansepolcro (che aggregò Anghiari) e Pieve Santo Stefano.

Dopo varie fasi riorganizzative, l’unità amministrativa delle vallate è stata recuperata nel 1971 con l’istituzione delle Comunità Montane di Casentino e Valtiberina, oggi sostituite da unioni di comuni.

I territori del Casentino e della Valtiberina si articolano su due grandi bacini idrografici: quelli dell’Arno e del Tevere. Oltre a comprendere quelli agroforestali, esprime anche una grande varietà di paesaggi montani, collinari e di pianura.

Non è un caso che quest’area sia considerata la più “montana” di tutta la Toscana. Il Casentino e la Valtiberina sono infatti quasi interamente compresi nell’Appennino Tosco-Emiliano e sono costituiti da una successione di tre catene montuose: Pratomagno (ovest); Casentino, Alpe di Catenaria e Alpe della Luna (centro); ’Appennino (est).

Insomma, per le sue spiccate caratteristiche, questo territorio è parte integrante del paesaggio toscano. Le aree montane più orientali presentano caratteri di unicità, legati a specifiche situazioni geomorfologiche su cui si sono innestati temi storici e religiosi.

Lo stesso vale per i corsi d’acqua, che presentano caratteristiche geologiche e geomorfologiche di valore. Oltre al Tevere e all’Arno – che tra Vado e Colbenzano scorre sui piani di strato delle arenarie del Falterona – occorre pensare anche ai torrenti Marecchia e Senatello, nell’isola amministrativa di Ca’ Raffaello e Santa Sofia.

Lungo il corso del Tevere sono poi presenti due aree naturali protette di particolare valore: l’Alta Valle del Tevere e Golena del Tevere, che comprende il fiume e parte del fondovalle alla base della diga di Montedoglio.

Anghiari e Sansepolcro. Due luoghi che, se pronunciati, richiamano alla mente altrettanti nomi di protagonisti indiscussi della storia dell’arte.

Primo tra tutti Piero della Francesca, che a Borgo Sansepolcro – nonostante gli innumerevoli viaggi – ha consumato tutta la sua straordinaria esistenza. Qua è nato, qua è morto. Ed è sempre qua che ha esordito, giovanissimo. A Sansepolcro sono oggi conservate molte delle sue opere, dal Polittico della Misericordia a La Resurrezione.

E poi c’è la battaglia di Anghiari, combattuta nel 1440 tra le truppe milanesi dei Visconti e una coalizione guidata dalla Repubblica di Firenze che comprendeva sia Venezia sia lo Stato Pontificio.

Un evento storico che oggi rappresenta uno dei più curiosi misteri dell’arte. Perché un dipinto capace di raffigurare quella battaglia su affidato a Leonardo da Vinci per il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze. L’opera, però, è andata perduta. Complesse vicende si nascono dietro questo celebre smarrimento. Se oggi conosciamo quel lavoro – poi sostituito da un’opera di Giorgio Vasari sullo stesso tema – è anche merito della copia realizzata da Rubens.

Se la vicenda sulla battaglia di Anghiari resta irrisolta, ben più chiaro è invece il ruolo del paesaggio nell’arte di Piero della Francesca (e non solo). La valle aspra e dolce – così la descriveva Plinio il Giovane – trova forma figurata negli sfondi di Piero, celebri al punto che la nostra stessa percezione di quest’angolo di Toscana non può prescindere da certe visioni.

Nei dintorni di Sansepolcro si vedono ancora le severe montagne maculate di nere querce e striate di radi coltivi che separano un estremo lembo di Toscana dalle confinanti Marche. Nella Resurrezione, Piero non si ferma a fondovalle, dove il Tevere scorre placido, ma solleva lo sguardo sulla prima parte del suo percorso, quando il fiume scorre tra le selvatiche pendici appenniniche.

Il Casentino, covo di eremiti e di santi, attirerà pellegrini e curiosi stranieri affascinati dalla potenza sublime dei suoi boschi e dalle memorie dantesche. Nella Descrizione del Sacro Monte della Vernia, opera di Fra Lino Moroni di Firenze stampata nel 1612 con le incisioni di Jacopo Ligozzi, il Sasso Spicco è solo uno dei macigni che tagliano il monte francescano in gole e strapiombi.

L’asperità del paesaggio di Piero della Francesca lo ritroviamo invece in un’inedita campagna fotografica di fine Ottocento. Un album che raccoglie la collezione delle principali vedute delle località eseguite e dedicate alla sezione fiorentina del Club alpino italiano dal parte del socio Ranieri Agostini.
 
Insomma, alla fortuna di Piero della Francesca si lega anche la fortuna del territorio. Quando i tempi si fanno maturi per la riscoperta critica del pittore, che ha il culmine nella celebre monografia di Roberto Longhi del 1927, è il territorio che riprende vigore e ritorna soggetto di curiosità e di visita.

Ancora oggi la pittura di Piero esorta chi lo ama a conoscere e a riflettere sul paesaggio che dipingeva. Un esempio della trasposizione visiva paesaggistica lo ritroviamo in Milton Glaser, newyorkese innamorato di Sansepolcro, quando la sua Valtiberina assume i toni rossastri dell’autunno del New England.