Piana di Livorno, Pisa e Pontedera

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Piana Livorno-Pisa-Pontedera

«Sogna l'anima in pena di inabissarsi
in fondo agli occhi della sirena
verdi come l'assenzio
che la notte brilla sul mare nei porti
cantava quel marinaio che dalla mia terra
non volle salpare.
Viaggio d'andata senza ritorno
bella Livorno, mi fermo qui
dentro a un bordello come a Paris».

(Bobo Rondelli, Madame Sitrì)

 

Gli elementi che caratterizzano il paesaggio sono gli stessi che determinano il carattere (e la creatività) di chi li abita. Questa è gente di mare che conosce la vita di montagna, da Pisa a Livorno. C’è il viavai dei porti, ma anche la cultura agricola dell’entroterra. C’è l’acqua, inesorabile, che solca il paesaggio e ne definisce lo sviluppo. E, a tratti, i suoi limiti. Da una parte l’Arno, dall’altra il Serchio.

Questo territorio ha una storia antica, anche se il toponimo di Livorno risale a malapena al IX secolo. Questo non significa che prima non esisteva. Tutt’altro. I confini di queste terre non si discostano molto da quelli della sezione pisana del bacino idrografico dell’Arno. Hanno una struttura ben riconoscibile, disegnata dal sistema insediativo storico e da quello idrografico.

I processi di territorializzazione prodotti da Cosimo I dei Medici - e in parte anche dai successori - trasformarono l’assetto della piana, da Pontedera in su, lungo l’Arno, fino alla pianura tra Serchio e Colline Livornesi. Furono prodotti imponenti lavori di sistemazione del fiume, che venne raddrizzato facilitando la sua navigazione.

Contesti nei quali il paesaggio diventa dominante, tanto da stimolare e determinare lo stile a macchia della pittura di una generazione di artisti che nell’Ottocento dipinsero la luce e il colore come nessuno aveva mai fatto prima.

Dai Macchiaioli a Modigliani, da Leonardo a D’Annunzio e Leopardi. Nessuno ha saputo rinunciare a queste terre che già in età antica venivano menzionate da scrittori greci e romani. Nella sua descrizione dell’Etruria, nella seconda metà del I secolo d.C., Plinio il Vecchio offre una rapida panoramica della zona, descrivendo la città di Pisa come «inter amnes Auserem et Arnus».

Piana Livorno-Pisa-Pontedera

I ritrovamenti archeologici avvenuti nella Grotta del Leone e nella Buca dei Ladri, sul Monte Pisano, sono le più antiche testimonianze umane del comprensorio e risalgono al Paleolitico. È nel livornese, però, che si affermano le prime popolazioni stanziali (per lo più cacciatori).

Già in età neolitica, complice la presenza di corsi d’acqua percorribili, il nucleo corrispondente all’attuale Pisa era uno dei principali nodi mediterranei delle rotte di scambio di prodotti di prima necessità (sale e metalli). Una caratteristica che il comprensorio manterrà nel corso dei secoli. La zona fu infatti abitata per tutta l’Età del Bronzo e nell’Età del Ferro.

Nel periodo etrusco il territorio si sviluppa ulteriormente. L’impulso che dà origine alla crescita è ancora una volta il ruolo strategico assunto nel sistema degli scambi commerciali mediterranei, soprattutto di metalli (ferro, stagno, bronzo). La sua fortuna era principalmente legata all’articolata rete di approdi marittimi e fluviali, ma anche a un sistema viario terrestre particolarmente efficiente. Una vitalità, quella del sistema costiero e portuale, che prosegue per tutta l’epoca romana e negli anni a seguire.

La vitalità dell’area costiera è testimoniata anche dalla sopravvivenza dei porti principali: Pisae Fluvius a San Piero a Grado, Isola di Migliarino, Porto alle Conche a San Rossore. A questi si aggiunse anche quello di Livorno.

Pur dovendo fare i conti con l’avanzamento della costa, lo sbocco sul mare continuava a rappresentare per il territorio la principale risorsa, mentre nel retroterra si continuavano a svolgere le tradizionali attività agricole e pastorali.

Il paesaggio, fin qui immutato, cambia a partire dall’XI secolo con la nascita di rocche e castelli fondati sui rilievi circostanti alla piana. Strutture che andarono a costituire la base di un sistema difensivo che aveva il triplice compito di assicurare protezione alle coste, il controllo dei fiumi e il sostegno strategico nelle lotte interne fra Pisa, Lucca e Firenze.

Il XV secolo fu segnato dalla conquista fiorentina dell’intera area. Il territorio fece poi parte dello Stato di Pisa e passò al Comune di Firenze. Sotto i Medici Pisa recuperò autonomia amministrativa con poteri di governo di quasi tutto il suo antico Stato. La maglia provinciale rimase bloccata fino all’Unità. Nel 1851 i governi di Livorno e Portoferraio (Elba compresa) vennero trasformati nel compartimento di Livorno. Nel 1925, poi, la provincia livornese fu ampliata fino alla Maremma settentrionale.

Piana Livorno-Pisa-Pontedera

Tutto, qua, è modellato dai fiumi Arno e Serchio. Da una parte ci sono i monti, dall’altra il mare e quella sua una costa profondamente correlata all’evoluzione del delta dell’Arno, che ha raggiunto il suo massimo sviluppo alla metà del 1800.  In mezzo, ovviamente, la pianura delimitata dai rilievi dei Monti d’Oltre Serchio, dei Monti Pisani, dei Monti Livornesi e delle altre colline che costituiscono la dorsale tra Casciana Terme e Castellina Marittima.

La pianura è definita dalla presenza di aree umide e da un ricco reticolo idrografico (all’interno) e da un importante sistema costiero sabbioso (verso il mare) costituito dal Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.

Ci troviamo di fronte a un sistema costiero di elevata importanza naturalistica e paesaggistica, interessato dalla presenza di numerose aree protette, e da una costa variegata e unica: sabbiosa tra Livorno e Marina di Torre del Lago e tra Castiglioncello e Cecina; rocciosa tra Livorno e Castiglioncello (cui si aggiungono gli ambienti insulari).

Pisa è una pianura alluvionale che, nel tempo, ha favorito l’evoluzione dei paduli di Bientina e Fucecchio. È circondata da un arco collinare articolato ed eterogeneo (Cerbaie, Colline Pisane, Monti di Castellina, Monti Livornesi) che comprende due tipologie di paesaggio: uno intensamente antropizzato, caratterizzato da piccoli centri storici disposti in posizione di crinale (Palaia, Lari, Crespina) e caratterizzati da sistemi agricoli (oliveti, colture promiscue, aree di pascolo); l’altro, costituito dalla collina, con versanti ripidi e brevi che offrono scarse opportunità di sviluppo.

Fatto non trascurabile, al territorio appartengono anche Gorgona e Capraia. Due isole minori dell’Arcipelago Toscano con origini geologiche molto diverse tra loro.

Piana Livorno-Pisa-Pontedera

La costa è foriera di creatività. Sarà forse per la presenza del mare, per il viavai dei porti o per i corsi d’acqua che tagliano il paesaggio, abbellendo così le visioni naturalistiche. Del resto anche Giacomo Leopardi preferiva Pisa a Firenze per l’aspetto «così gaio, così ridente che innamora».

Queste terre sono diventate luogo d'attrazione e di ritrovo. Tant’è che anche Leonardo Da Vinci non ha potuto fare a meno di disegnarle (mentre Gabriele D’Annunzio ha preferito frequentarle, soprattutto nei suoi soggiorni vacanzieri).

Questo è il territorio dei Macchiaioli. Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Silvestro Lega e, con loro, molti altri. Ma è anche la terra che ha dato i natali a generazioni di artisti, da Amedeo Modigliani fino ai contemporanei.

Non solo pittura, dunque, ma anche musica e cinema. Sono vive nella mente dei più le curve mozzafiato che il giovane Vittorio Gassman percorre a tutta velocità nel film “Il sorpasso” di Dino Risi, prima di schiantarsi a Calafuria. E sono vive le immagini dei film di Paolo Virzì, che oltre a scegliere questi luoghi come scenografie ideali, racconta le storie di chi la costa livornese, dal porto fino a Piombino, la conosce davvero.

Così come la conosce la scrittrice Silvia Avallone, che col suo libro Acciaio racconta una storia adolescenziale che esplode nelle famiglie operaie della realtà metallurgica piombinese. E la conosce il cantautore Bobo Rondelli, poeta malinconico e claunesco che raramente abbandona la sua Livorno.

Alla fine il paesaggio vince sempre. Il chiaro languore che si vive nel pisano - così come a Calafuria, Quercianella e Castiglioncello - è presto diventato per i macchiaioli il campo d’indagine di una vita intera. Ancora oggi la percezione di quel paesaggio deriva dalle masse luminose e dai colori vividi e dai formati lunghi usati da quei pittori morti squattrinati.

E poi ci sono paesaggi come quelli di Gino Romiti, che nel suo Sole d’agosto (Montenero) esclude il porto e la città sostituendolo alla campagna coltivata, raggiante di luce. Della foce dell’Arno, tra dune e pini, e con le Apuane a vista, restano le immagini di Nino Costa. E con loro anche i dipinti di Serafino De Tivoli, Plinio Nomellini e Giuseppe Viviani, che era talmente legato a Marina di Pisa da volere, alla morte, le sue lastre-matrici gettate in mare, al largo, ingoiate da quel paesaggio che considerava la propria casa.